Il potere generativo dell’integrità morale

Dic 3 • in evidenza • 38 Views • Nessun commento su Il potere generativo dell’integrità morale

Schiena dritta, principi saldi, grande padronanza dello schermo. È così che Massimo Giletti affronta i “mali del Paese”, contribuendo a cambiare lo status quo. Ed è per questo che piace…

Lo avevamo incontrato a Milano Marittima, intento a presentare per la 13ª volta il Premio “Cinque stelle al Giornalismo”. Parliamo di Massimo Giletti, giornalista, volto televisivo convincente, autore, che dal novembre 2017 è al timone di “Non è l’Arena” in La7, dopo decenni in Rai. Lo ritroviamo a distanza di pochi mesi per riflettere sul suo impegno di conduttore e comunicatore. Il Premio è un momento di riflessione e di valutazione sul composito mondo della comunicazione. Si può parlare ancora di giornalismo libero e imparziale? No, è difficilissimo. Il problema è molto semplice: i giornali sono in mano a editori che hanno dei rapporti strettissimi con il sistema economico e politico. La vera libertà io la vedo nei piccoli giornali che combattono con grande coraggio in territori difficili, in Sicilia, in Calabria… Le testate importanti, pur avendo grandi firme, devono sottostare anche al sistema della pubblicità, soprattutto quando c’è un’economia in crisi. Sappiamo tutti quanto la pubblicità possa influenzare la libertà di un giornale oltre alla posizione dell’editore. Ho sempre la speranza che ci sia qualcuno con la schiena dritta, c’è sicuramente, ma il contesto italiano è complicato. In questo senso tu ti stai distinguendo… Cairo mi ha scelto per questo mio modo di essere. Credo sia interessante avere un editore che non ti chiede nulla. Ci siamo scelti. Quando ci si incontra si sentono delle affinità… Io sono un uomo di sensazione: per me uno sguardo, un modo di essere, di fare di una persona, il modo di interagire valgono più di ogni altra cosa. E poi? Ci racconti chi è Massimo Giletti? Un uomo curioso, dalla forte sensibilità, che trova nel rispetto dell’onestà intellettuale e nel non arrendersi mai le sue qualità principali. Il programma che conduci sembrerebbe dimostrare quanto affermi. Quello che faccio è figlio della mia libertà, del mio modo di essere, Ho un rapporto diretto e ottimo con il mio direttore, Andrea Salerno e amo lavorare in gruppo… ecco io penso che il conduttore sia una parte di un gruppo e abbia il dovere di non “egocentrizzare” troppo il programma. Non ho mai creduto nell’uomo solo al comando, anzi penso che la condivisione sia una chiave di successo importante. Il format, però, ti calza a pennello e sembrerebbe girare tutto intorno a te. Pensi che qualcun altro potrebbe condurre Non è l’Arena? Io sono della teoria che certi programmi nascano e muoiano con i propri conduttori, In “Non è l’Arena” è più forte il conduttore, che detta i tempi e le dinamiche, quindi la vedo difficile, proprio per il mio modo di essere, di fare. Io ritengo che la tv non sia altro che un grande teatro. Il conduttore deve avere anche la capacità di gestirlo, avere una capacità scenica, il che non vuol dire fingere, ma sapere che il rapporto con la telecamera non è passivo. Io vivo le telecamere, le vivo, sono mie. Devo trasmettere a chi mi ascolta l’emozione e l’emozione la trasferisci avendo un rapporto diretto con chi sta dall’altra parte. So che il pubblico di oggi non vuole passività. In trasmissione ti accalori, a volte le tue dichiarazioni sono forti… Che rapporto hai con il concetto di “sfida”? Quando penso allo Stato mi viene in mente il termine “palingenesi”, la normale rinascita che passa solo per il riconoscimento degli errori gravi che si fanno. E poi mi trovo a pensare: “Ma qui le regole valgono per tutti? L’etica vale per tutti?”. La risposta purtroppo è no. Io sono cittadino di questo Paese, ma in questo Paese faccio fatica a riconoscermi. Quindi vado contro, perché questo è il mio sentire. Io amo lo Stato, ma in questo non mi riconosco più. Però, è vero anche che lo Stato è fatto da tutti noi e non possiamo scaricare le responsabilità che sono anche nostre solo sullo Stato. Abdicare alla legalità è la sconfitta più grave. D’altra parte chi gestisce il potere non può far finta di non vedere. E qualcuno deve dirlo. Ti senti più interprete di quel che sente il tuo pubblico o pensi di poter in prima persona influenzare il cambiamento, in quanto personaggio pubblico? Chi fa opinione deve avere coraggio. Io ho pagato un prezzo alto per la mia libertà, ma penso che proprie idee debbano prevalere, così come la dignità, e chi a un ruolo non può abdicare in cambio di denaro o di un posto di prestigio. Ho fatto questa scelta nella mia vita. Chi informa non può essere passivo, non può limitarsi ad essere ‘super partes’, ma deve essere parte attiva del cambiamento.

 

di Paola Orecchia