“Il ponte sullo stretto? Meglio 10mila cantieri sul territorio”

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L’intervista ad Alfredo Romeo, leader di un gruppo da 300 milioni di fatturato e presidente di Ifma-Italia

L’unico modo per salvare il Paese dal fallimento che è nei numeri e nei fatti, è uno sguardo diverso, che rivoluzioni storia e punti di partenza nei concetti di territorio, immobiliare, urbanistica e servizi alle comunità”. Alfredo Romeo parla come presidente di Ifma-Italia, l’associazione internazionale delle imprese di Facility Management. Ma anche come leader di un gruppo imprenditoriale dei servizi da 300 milioni di fatturato annuo. Come può uno “sguardo diverso” incidere sull’impresa nel Sud, sul Pil del Paese, sulla nostra economia? Oggi si riparla del ponte sullo stretto di Messina e di un potenziale di 100mila posti di lavoro. Bello, bellissimo. Ma occorrono 20 anni se si parte subito, ammesso di azzerare polemiche ideologiche o strumentali. Credo, invece, che se si aprono 10mila cantieri di riqualificazione urbana delle città italiane (grandi o piccole) si rimettono in moto da subito imprese, aziende, commerci e – sono convinto – anche passione per la cosa pubblica, i beni comuni, il proprio destino di cittadini. Di cosa parla avvocato Romeo? Di come creare nuovo lavoro e nuovo benessere. La nostra “visione” allo stesso tempo ammoderna la macchina amministrativa e rilancia l’economia del Paese, con un radicale passaggio concettuale: conciliare la cultura del fare con quella del gestire, puntando sui servizi di qualità alle città, alle comunità complesse che le popolano e al territorio, la più grande ricchezza di questo Paese, con un’importante ricaduta anche sull’industria strategica del turismo. Ma serve una rivoluzione culturale su cui Ifma- Italia vuole impegnare tempo e risorse. Ci spiega meglio? L’articolo 24 dello Sblocca Italia offre uno spiraglio operativo strategico perché dà alle comunità urbane la possibilità di indirizzare e finanziare con vantaggi fiscali e tributari le trasformazioni urbane che le coinvolgono. Ma è pericoloso ridurre queste opportunità a circuiti di compensazione tra cittadini e amministrazioni, a meri termini di sussidiarietà o di volgare “baratto amministrativo”, senza attivare una visione nuova della città e dei volani economici che essa offre. E qui, invece, il Facility Management (la capacità cioè di erogare servizi avanzati alle comunità complesse) può determinare una svolta epocale sia economica, sia sociale. Perché? Parliamo di collaborazione pubblico- privata per l’erogazione dei servizi sul territorio; valorizzazione di immobili pubblici e privati e delle aree di influenza; riqualificazione e gestione moderna di patrimoni immobiliari, architettonici, artistici; aree tecniche come quelle portuali o di rivoluzione urbanistica come Bagnoli a Napoli o l’area ex Expo a Milano. Ma ci sono domande a cui non siamo in grado di dare risposte concrete e operative, e invece per esse passa il nostro avvenire. Qualche esempio: come aiutare amministrazioni e cittadini ad attrezzarsi con supporti amministrativi e organizzativi per la definizione e la strutturazione di micro-territori su cui intervenire? Come dare assistenza su come richiedere le agevolazioni previste dall’articolo 24? Per la costituzione degli statuti e la gestione finanziaria dei bilanci? Per allargare le basi associative? Per definire territori omogenei su cui intervenire e i servizi da erogare? E come attivare il crowdfunfing territoriale? O creare una rete di specialisti “dialogante” (artigiani, negozianti ecc.) con i gestori di queste trasformazioni? E come standardizzare la trasparenza di entrate e spese, e delle attività promosse ed erogate? Come trasformare queste comunità in entità di interlocuzione politica ed amministrativa territorio? Chi sa dare risposte? Quali sono gli strumenti realizzabili? Quali le norme mancanti e quelle che vanno perfezionate, cambiate, ricollegate ad altre procedure? Ecco che serve una cultura nuova. Lei cosa propone? Insistere con l’informazione e la formazione anche tramite il Master di Ifma-Italia per Facility Manager del Territorio che partirà nel 2017 ed è destinato a formare gli ”uomini del futuro urbano”. Perché serve una nuova classe di operatori con una visione integrata dei problemi. Che sappiano declinare le loro competenze per riqualificare periferie, o il porto di Napoli o i torrenti che immancabilmente alluvionano Genova… Per mettere a reddito meglio gli scavi di Pompei o la valle dei templi di Agrigento. Per gestire con redditività e qualità, quelli che definiamo “condomini urbani”, mettendo nel conto i giardini, la sicurezza, il risparmio energetico, e anche la cura degli anziani. Nessuna speculazione, ma mille e mille cantieri che con basso investimento, senza nuovo consumo di suolo, e con una forte partecipazione e condivisione della collettività, producono nuova domanda interna, riqualificazione urbana e qualità della vita. Ma serve il dialogo con una politica nuova, capace di “ascoltare”. Disegni ambiziosi e complessi. Ma necessari. Con la rivoluzione industriale futura che – per intenderci, porterà all’“automazione intelligente” dell’80% della produzione industriale – solo il mondo dei servizi sarà in grado di dare lavoro a migliaia di giovani e un contributo di qualità umana alla nostra vita. C’è poco tempo per avviare questi processi strutturali. Perso il treno di una società nuova, che – consapevolmente – pensa e governa la propria evoluzione, restano il default e un nuovo medioevo culturale ed economico.

ROMEO GESTIONI

NAPOLI

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