L’eleganza di una professione

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Il Notaio Giuseppe Sicari professione, vita e passioni

L’eleganza di una professione Il Notaio Giuseppe Sicari professione, vita e passioni Alla fatidica domanda su cosa sia l’eleganza, la risposta arriva chiara, senza tentennamenti: “L’eleganza è armonia e equilibrio, è la sintesi di ciò che funziona in quella persona. Io non amo particolarmente i tatuaggi, ma di recente ho visto un ragazzo che li portava in maniera totalmente compenetrata con la sua personalità, con il suo stile di vita e l’ambiente in cui lavorava. E l’ho trovato bello”. Giuseppe Sicari è un notaio affermato. La sua professione non si evince guardandolo, perché esula completamente dall’archetipo che vorrebbe burocrati di grigio o di blu scuro vestiti. Lui sfoggia giacche in color blu elettrico, quadrettature dai toni sgargianti, ma capaci di trovare sulla sua persona una compostezza, un alveo naturale. “Sarà la capigliatura (anarchica, da maestro di musica, ndr), che certo dà una nota anticonformista” aggiunge lui, seduto nello studio di Castelfranco Veneto, denso di colore e di vitalità come la persona che lo abita. Competenza ed estrosità che sono stati notati anche dagli organizzatori della finale di Miss Italia, alla quale è stato chiamato nella veste di pubblico ufficiale nell’edizione 2017, oltre che a quella di due anni prima. Del resto, vien quasi spontaneo chiamare a celebrare la bellezza proprio chi la porta su di sé ogni giorno con la  massima nonchalance. L’estro, la nota differente dalla massa, Giuseppe Sicari li manifesta in ogni area della vita, l’abbigliamento fuori dai canoni abituali è una materializzazione del pensiero originale e anticonformista che lo caratterizza. Perché il vestire è un’esternazione di personalità che riflette il mondo interiore di una persona. Anche il suo approccio alla professione. Giuseppe Sicari, notaio dal 2000, avvocato dal 1988, già docente della scuola di notariato di Padova in materia di diritto successorio e componente della Commissione Notarile Triveneto per le redazioni delle Massime di diritto Civile, spazia con disinvoltura dal campo immobiliare a quello societario, apportando modalità innovative di stesura degli atti e di studio della materia e occupandosi da tempo con pari passione di trust – istituto di matrice anglosassone ed elastico per eccellenza – di passaggi generazionali e patti di famiglia. Di recente, un’operazione societaria al quale ha apposto il proprio sigillo è stata premiata da Equita Sim S.p.A., con il patrocinio dell’Università Bocconi e di Borsa italiana, come la migliore del 2017 nella categoria raccolta fondi sul mercato obbligazionario, nazionale ed internazionale. “Molti, anzi direi quasi tutti, vedono invece la professione notarile come routinaria. Luogo comune difficile da sfatare, al pari della leggenda che tutti i notai siano figli di notai. In verità meno del 20% lo è. I miei genitori non erano notai, così come non lo erano gli ascendenti degli altri tre notai del Comune dove esercito. Né i miei figli (tre maschi, ndr) lo saranno  visto che hanno intrapreso studi universitari che avranno necessariamente altri sbocchi. Ed è assolutamente un bene che sia così: non solo perché è equo che l’accesso alla professione sia consentito a tutti con pari opportunità, ma anche perché ritengo che anche ai figli dei notai debba essere data la libertà di realizzare autonomamente il proprio sogno, che non necessariamente deve coincidere con quello dei genitori”.  Di certo, nel suo Comune della provincia veneta, così conforme alle regole, così composto, Giuseppe Sicari, chiamato Beppe da castellani ed amici, si riconosce per l’estrosità del vestire. Ma non solo. Per osmosi la vocazione estetica si trasferisce all’arte, con dipinti che si addensano in studio, nella dimora di Castelfranco, in quella estiva di Jesolo. Poco figurativo, molto pop, guizzi di colore e di fantasia non imbrigliabile. “Non si tratta di ergersi sul palcoscenico, non si vuole semplicemente prendere le distanze da un altro luogo comune che vuole il notaio avvolto in pastrani privi di fantasia e quasi intimidatori, circondato da mobili cupi che dell’antico mutuano solo i tratti più pesanti e barocchi. Si tratta piuttosto di recuperare lo stile e l’estro italiano. Nel gusto per l’arte e il bello il nostro Paese si è sempre distinto. Nei secoli appena passati i nobili di tutta Europa vi trascorrevano anni per recepirne i valori. Oggi o cediamo all’omologazione imperante, figlia della logica mercantile, oppure reagiamo”. Come? “Dobbiamo diventare portatori sani del concetto di libertà, che conduce necessariamente all’anarchia di stile e di colore”. Ma attenzione: un’anarchia che segua il senso di armonia, di espressione di bellezza, non la profusione di elementi messi lì senza un codice di riconoscibilità. Verrebbe facile cedere alla tentazione di obiettare che è la disponibilità economica a fornire questa libertà. “Non credo proprio sia così. Certo, la disponibilità economica a volte aiuta, come nel caso del conte Baggio di Castelfranco, ricordato per l’abbigliamento impeccabile, dandy irriducibile, artefice di feste memorabili, passato alle cronache anche per aver corso la 24 Ore di Le Mans in coppia con il leggendario Porfirio Rubirosa e che andò a morire al Cipriani di Venezia con il brandy in  mano. Ma fantasia e gusto non si comprano, si affinano e possono essere alla portata di tutti coloro che sono curiosi, che osservano, che si sforzano di ragionare criticamente sulle scelte quotidiane. La riprova, a chi vuole osservare, è sotto gli occhi di tutti: io stesso ho collaboratrici che reputo decisamente eleganti ancorché vivano in famiglie assolutamente ordinarie. E fortuna vuole che sia così: se fosse solo questione di censo non si potrebbe auspicare un ritorno collettivo e diffuso all’italico gusto per il bello”. In fondo, come ogni cosa, anche l’eleganza poggia sulla sostanza, su una forma di pensiero, non scaturisce dal nulla. E dietro la stretta di mano vigorosa, dietro al sorriso cordiale e al mondo di colore di Giuseppe Sicari, c’è un monolite di competenza. “Non siamo l’ultimo anello di un estenuante iter burocratico e formale. Certo diventare notaio significa affrontare e superare quello che è uno tra i più difficili e selettivi concorsi a livello europeo. Ma ognuno mette se stesso in un lavoro, così come lo fa calandosi in un vestito. Io dedico molto del mio tempo in studio alle persone che si rivolgono a me per delle consulenze e le offro ben volentieri, senza particolare remunerazione e senza fare distinzioni se la consulenza si tradurrà o meno in atti da stipulare”. Alla fine, alla domanda provocata da una discreta sbirciata al polso per rendersi conto se per caso stia facendo aspettare il cliente della stipula successiva, Beppe ammette la sua passione anche per il mondo dell’orologeria: “per carità, nessun bracciale d’oro, nessun pavè di brillanti, ma rispettosa considerazione per il tempo che scorre e profonda ammirazione per la maestria artigianale di cui l’uomo è capace: la pendoletta Atmos che è accanto al tavolo delle stipule è la riedizione (economica, ci tiene a precisare) di un’invenzione del 1928 che a distanza di 90 anni è ancora quanto di più vicino sia mai stato realizzato in termini di moto perpetuo; nessuna batteria, nessuna presa di corrente, assenza totale di celle solari: la variazione della temperatura dell’ambiente (basta un solo grado nell’arco della giornata) ricarica il meccanismo del movimento per le successive 48 ore. Chapeau!